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Affrontando i giganti: non puoi decidere quando pioverà. Ma puoi preparare il campo.

10 ore fa
Tempo di lettura: 5 min

Ci sono film che raccontano una storia e, nel mentre, riescono a lasciarti una domanda.


Affrontando i giganti (Facing the Giants) apparentemente parla di football americano.


Grant Taylor è l’allenatore di una squadra scolastica che attraversa un momento di profonda crisi. Le vittorie non arrivano, il gruppo sembra aver perso fiducia e lui stesso si trova ad affrontare difficoltà personali e professionali. Intorno a lui sembrano moltiplicarsi i motivi per pensare che qualcosa non stia funzionando.


Per un po’ Grant guarda proprio lì: a ciò che manca, a ciò che non funziona, alle sconfitte, agli ostacoli. Ai suoi giganti.

Poi qualcosa cambia.

I giocatori? No. Il campionato? No. I problemi scompaiono? No.


Cambia il suo atteggiamento nei confronti di ciò che sta vivendo.

Da lì comincia un’altra storia.


Prima della squadra, cambia l’allenatore


Questo è probabilmente uno degli aspetti che più colpisce del film.


Grant smette progressivamente di concentrare tutta la propria attenzione sul risultato che non arriva e torna a interrogarsi sullo scopo.


Perché stiamo facendo quello che facciamo?

Che tipo di squadra vogliamo essere?

Come vogliamo comportarci, indipendentemente dal risultato?


È un passaggio tutt’altro che banale.

Perché quando un leader perde il proprio centro, difficilmente può offrire una direzione chiara alle persone che guida.


Quando invece ritrova uno scopo, quello scopo comincia a tradursi in comportamenti.

È esattamente ciò che accade a Grant.


La sua nuova prospettiva non rimane un pensiero personale. Diventa una nuova filosofia per la squadra, un modo diverso di allenarsi, di affrontare le difficoltà, di interpretare vittorie e sconfitte.


A un certo punto sua moglie, leggendo quella nuova filosofia, gli dice una frase semplicissima: «Questo si può applicare anche nella vita.»

Ecco che il film smette definitivamente di essere una storia sul football.


Due contadini aspettano la pioggia


C’è una scena, in particolare, che racchiude buona parte del messaggio.


A Grant viene raccontata la storia di due contadini.

Entrambi hanno campi che soffrono per una grave siccità.

Entrambi hanno disperatamente bisogno che piova.

Entrambi pregano perché arrivi la pioggia.


Tuttavia soltanto uno dei due esce e prepara il campo.


Lavora la terra, la sistema, la rende pronta.

Lo fa mentre il cielo è ancora sereno.


La domanda posta all’allenatore è semplice: quale dei due contadini dimostra davvero di credere che arriverà la pioggia?


Quello che ha preparato il campo.


Nel film questa parabola ha un significato spirituale molto preciso, coerente con la forte dimensione religiosa dell’intera storia.


Quella stessa metafora contiene un principio che possiamo portare anche nel nostro lavoro, nelle nostre organizzazioni e nella nostra quotidianità.

Perché ci sono cose che non possiamo controllare.

E altre sulle quali possiamo lavorare ogni giorno.


Quante volte, in azienda, aspettiamo la pioggia?


Aspettiamo che le persone diventino più autonome.

Aspettiamo che due reparti inizino finalmente a collaborare.

Aspettiamo che qualcuno si assuma maggiori responsabilità.

Aspettiamo che migliori la comunicazione.

Aspettiamo che il nuovo manager impari a guidare le proprie persone.

Aspettiamo che il clima cambi.

Aspettiamo che passi quel periodo particolarmente complesso e che finalmente ci siano le condizioni giuste per occuparci del team.

In altre parole, aspettiamo la pioggia.


La domanda, però, potrebbe essere un’altra:

Stiamo preparando il campo?


Desiderare un risultato e prepararsi a riceverlo sono due cose profondamente diverse.


Volere un team autonomo non significa aver creato le condizioni perché possa diventarlo.

Volere maggiore responsabilità non significa aver costruito un ambiente nel quale le persone possano assumersela.

Volere una comunicazione migliore non significa aver dato al team un linguaggio e degli strumenti condivisi.

Volere che le persone collaborino non significa averle allenate a farlo.

E' proprio qui che atteggiamento e preparazione si incontrano.


Prepararsi non significa prevedere tutto


Il mondo aeronautico ci ha insegnato qualcosa che per DGFLY è diventato centrale.

Non puoi prevedere tutto ciò che accadrà durante un volo.

Però puoi prepararti.


Puoi fare briefing. Puoi definire ruoli e obiettivi. Puoi utilizzare checklist. Puoi allenare la comunicazione. Puoi imparare a riconoscere i segnali. Puoi esercitarti a prendere decisioni sotto pressione. Puoi fare debriefing e imparare da ciò che è successo.


In altre parole, puoi preparare il campo prima che arrivi la pioggia.


Prepararsi non significa avere la certezza del risultato.

Significa aumentare la propria capacità di rispondere a ciò che accadrà.

Ed è una distinzione enorme.


L’atteggiamento viene prima del risultato


C’è poi un altro elemento di Affrontando i giganti che troviamo particolarmente interessante.


Grant non aspetta di vincere per cambiare atteggiamento.

Cambia atteggiamento prima.


E' proprio questo cambio di prospettiva che modifica il modo in cui comincia a guidare la squadra.

Non nega le difficoltà.

Non finge che i problemi non esistano.

Non decide improvvisamente che “andrà tutto bene”.


Decide quale parte di quella situazione dipende da lui.

E agisce lì.


Questa, per noi, è una delle differenze fondamentali tra ottimismo e atteggiamento.


L’ottimismo può limitarsi ad aspettare che arrivi la pioggia.

L’atteggiamento prepara il campo.


Significa chiedersi: Qual è il comportamento utile che posso mettere in campo adesso, anche se non conosco ancora il risultato?


E' una domanda potente tanto per un leader quanto per un team.


Il leader prepara il campo. Ma non lo coltiva da solo.


Infine c'è un ultimo passaggio.


Quando Grant cambia prospettiva, non tiene per sé quella trasformazione.

La porta alla squadra.

La rende visibile attraverso il proprio comportamento.

Cambia il modo di allenare. Cambia le aspettative. Cambia il linguaggio. Chiede qualcosa di diverso ai propri ragazzi.


Perché un leader non può ordinare a un team di “cambiare atteggiamento”.

Può però creare le condizioni affinché un atteggiamento diverso possa essere allenato.


Può dare una direzione.

Può chiarire lo scopo.

Può costruire un linguaggio comune.

Può rendere le persone consapevoli del proprio contributo.

Può allenarle prima che arrivi il momento in cui quelle competenze saranno davvero necessarie.

Esattamente come accade in aviazione.


Non ci si allena all’emergenza quando l’emergenza è già iniziata.

Ci si prepara prima.


E il tuo campo, oggi, è pronto?


Forse è questa la domanda che vale la pena portarci dietro dopo i titoli di coda.

Non: “Quando arriverà la pioggia?”

Ma: “Se la pioggia arrivasse domani, troverebbe il mio campo pronto?”


Se domani arrivasse una grande opportunità, il tuo team saprebbe gestirla?

Se aumentassero improvvisamente volumi, clienti o complessità, le persone saprebbero coordinarsi?

Se mancasse una figura chiave, il sistema continuerebbe a funzionare?

Se arrivasse un momento di forte pressione, la qualità della comunicazione reggerebbe?

Se chiedessi maggiore autonomia, avresti già costruito le condizioni necessarie per concederla davvero?


Non possiamo controllare la pioggia.

Possiamo lavorare sulla terra.

Possiamo scegliere con quale atteggiamento affrontare ciò che abbiamo davanti.

Possiamo allenare persone e team.

Possiamo prepararci.


Questo è il messaggio che da un campo di football arriva fino alle nostre aziende:

non aspettare che cambino le condizioni per diventare pronto.

Diventa pronto per quando cambieranno le condizioni.


Noi, in DGFLY, lo chiamiamo CHANGE ATTITUDE. ✈️

 
 
 

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