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Quanto conosci davvero le persone del tuo team?

28 set
Tempo di lettura: 7 min

Ruoli e competenze non raccontano tutto ciò che una persona può portare a bordo.


Probabilmente sai cosa fanno le persone del tuo team.

Conosci il loro ruolo, le responsabilità, le competenze. Sai chi coinvolgere in un progetto, chi chiamare quando c'è un problema, chi possiede una determinata conoscenza tecnica.


Ma sai chi mantiene la calma quando qualcosa non va come previsto?

Chi si accorge per primo che un collega è in difficoltà? Chi alleggerisce la tensione? Chi osserva prima di agire? Chi prende spontaneamente iniziativa? Chi riesce a vedere qualcosa che gli altri non hanno ancora visto?


Queste informazioni difficilmente stanno in un organigramma.


Eppure possono diventare estremamente preziose quando quelle persone devono lavorare insieme.


Negli ultimi mesi il team DGFLY si è arricchito di nuove persone. E quando si è presentata l'opportunità di trascorrere una giornata insieme sulla barca di Davide, l'abbiamo colta al volo.


Quando un equipaggio cambia, vale la pena continuare a creare occasioni per conoscersi anche fuori dall'operatività quotidiana.

Così sabato mattina siamo partiti da Torino.

Questa volta, destinazione mare.


“Toglietevi le scarpe”


È stata la prima indicazione di Davide quando siamo arrivati.


Prima ancora di parlare di navigazione ci ha chiesto di salire a bordo scalzi.

Stavamo entrando in casa sua. Ma stavamo anche entrando in un contesto nuovo, nel quale per qualche ora avremmo lasciato a terra parte delle nostre abitudini e dei nostri ruoli professionali per diventare un equipaggio.


In realtà, qualcosa aveva già iniziato a succedere durante il viaggio.

Ore insieme in macchina significano conversazioni che difficilmente trovano spazio tra una call e l'altra. Storie, passioni, esperienze, aneddoti.


Informazioni apparentemente poco “utili” al lavoro.


Eppure stavamo già scoprendo qualcosa in più sulle persone con cui lavoriamo.


È una domanda che potremmo fare anche nelle nostre aziende: quanto spazio conosciamo del collega oltre quello occupato dal suo ruolo?


Perché lavorare con qualcuno e conoscere qualcuno non sono necessariamente la stessa cosa.


Prima di partire, bisogna parlare la stessa lingua


Una volta a bordo è arrivato il briefing.


Prua. Poppa. Randa. Fiocco. Cazzare. Lascare.

Prima di poter collaborare avevamo bisogno di definire un linguaggio comune per capirci.


Davide ci ha spiegato la barca, le regole fondamentali e il linguaggio che avremmo utilizzato durante la navigazione.

Poi sono arrivati i ruoli.


Chi avrebbe osservato a prua. Chi avrebbe lavorato sul fiocco. Chi avrebbe preso il timone. E durante la giornata ci saremmo alternati, sperimentando posizioni differenti e ricevendo le consegne da chi quel ruolo lo aveva appena svolto.


Anche nelle aziende utilizziamo continuamente parole che diamo per scontate: priorità, responsabilità, urgenza, autonomia, qualità.


Ma siamo sicuri che significhino la stessa cosa per tutti?


Quante incomprensioni nascono non perché le persone non vogliono collaborare, ma perché stanno utilizzando linguaggi o interpretazioni differenti?


E quanto cambierebbe la relazione tra due funzioni se, almeno per un momento, ciascuna potesse osservare il lavoro dalla prospettiva dell'altra?


Prima di uscire dal porto, però, mancava ancora qualcosa.

Un post-it per ciascuno e due domande:

Cosa porto di me al team, oggi?

Cosa vorrei portarmi via da questa giornata?


Abbiamo scritto le nostre risposte. Le avremmo ritrovate molte ore dopo.

Poi siamo partiti.


“Cazza la randa!”


Detto così sembra semplice.


Poi provi a farlo. Tiri. Metti forza. Ti concentri. Metti ancora un po' di forza.

Finché scopri che esiste anche un pulsante che permette di ottenere lo stesso risultato con decisamente meno fatica.

Abbiamo riso parecchio.


La riflessione è nata spontanea: quante volte succede qualcosa di simile anche nelle organizzazioni?

Continuiamo a chiedere alle persone di mettere più energia in un'attività senza fermarci a chiederci se esista un modo più semplice, uno strumento migliore o magari qualcuno nel team che sappia già come affrontarla diversamente.


L'impegno è prezioso. L'efficacia richiede anche consapevolezza.


Durante la mattinata ci siamo alternati nei diversi ruoli. Abbiamo preso il timone, imparato a gestire le cime, osservato ciò che accadeva intorno alla barca, passato indicazioni a chi prendeva il nostro posto.


All'inizio eravamo molto concentrati sul fare.

Capire il compito. Ricordare le parole. Eseguire la manovra. Fare bene la propria parte. Poi è successo qualcosa che non era previsto.


Le abilità che emergono quando il programma cambia


Una persona ha iniziato a stare male. E lì nessuno ha fatto un briefing.

Nessuno ha assegnato ruoli. Il team si è semplicemente mosso.


Alcune persone le sono state particolarmente vicine, l'hanno rassicurata e aiutata. Gli altri hanno prestato attenzione, ognuno con la propria modalità.


La cura non era nella checklist. Era nelle persone.


Più tardi Davide avrebbe ripreso proprio questo momento durante il debriefing: aveva osservato un gruppo capace di accorgersi della difficoltà di una persona e attivarsi spontaneamente.


Quell'abilità non compariva nella job description di nessuno.

Eppure, in quel momento, era diventata una risorsa dell'intero equipaggio.


Questo è uno degli aspetti più interessanti delle esperienze vissute fuori dall'abituale contesto lavorativo: cambiano le condizioni e diventano visibili comportamenti che nell'operatività quotidiana potrebbero restare nascosti.


E allora la domanda diventa interessante anche per un'azienda: quali capacità delle persone del tuo team emergono soltanto quando succede qualcosa che non avevi previsto?


Magari qualcuno è molto più capace di ascoltare di quanto immaginassi. Qualcuno sa tranquillizzare gli altri. Qualcuno prende iniziativa. Qualcuno osserva dettagli che sfuggono al resto del gruppo.


Risorse che esistono già.

Bisogna creare occasioni per poterle vedere.


Poi abbiamo smesso di fare


A un certo punto il vento è calato.

Ci siamo fermati davanti a Sanremo.


Era il 26 settembre, il mare era ancora sorprendentemente caldo e quindi sì: ci siamo tuffati.


Bagno, chiacchiere, pranzo nel pozzetto. Poi ognuno ha trovato il proprio angolo di barca. Chi a parlare, chi al sole, chi a prua lasciandosi cullare dalle onde.


Per qualche ora non c'era qualcosa da produrre.

Non c'era una riunione da ottimizzare. Nessuna agenda da rispettare.


C'era semplicemente tempo da passare insieme.


Può sembrare la parte meno “produttiva” della giornata. Forse è stata una delle più importanti.


Soprattutto nei team che lavorano molto in smart working si possono trascorrere settimane, mesi, a volte anni, lavorando con qualcuno attraverso call, chat, documenti e progetti condivisi.


Sappiamo perfettamente COSA fa.

Ma quanto sappiamo di CHI è?


Questa conoscenza non è soltanto piacevole dal punto di vista relazionale.

Può diventare operativa.


Quando conosco meglio una persona, posso comprenderne più facilmente alcune reazioni. Posso sapere come coinvolgerla. Posso riconoscere capacità che vanno oltre il ruolo. Posso sapere a chi chiedere aiuto in determinate situazioni. Posso valorizzare risorse che, fino a quel momento, non sapevo nemmeno di avere a disposizione nel team.


Quando cambia la relazione, cambiano anche le conversazioni


Nel pomeriggio siamo rientrati a motore.


Abbiamo sistemato la barca, lavato ciò che avevamo utilizzato e scoperto che persino una pistola ad acqua ad alta pressione può diventare un'ottima occasione per tornare bambini per qualche minuto.


Poi ci siamo immersi nella golden hour.

Una foto insieme. Uno Spritz o una birra.


E il nostro debriefing.


Abbiamo condiviso un'emozione vissuta durante la giornata e qualcosa che ci stavamo portando a casa.


Poi abbiamo ripreso i post-it del mattino.

Sono emersi punti di vista differenti. Sensazioni complementari. Pensieri condivisi che nessuno aveva ancora espresso.


E, quasi senza accorgercene, abbiamo cominciato anche a parlare di lavoro.

Sono nate spontaneamente idee su come lavorare meglio insieme, sulla visibilità dei nostri eventi, su come coinvolgere le persone e su come permettere a più aziende di conoscere la metodologia DGFLY.


Nessuno aveva convocato una riunione strategica.

Eppure stavamo lavorando.


Quando cresce la conoscenza reciproca può cambiare anche la qualità delle conversazioni che siamo capaci di avere.

Ci sentiamo più liberi di proporre. Di mettere sul tavolo un'intuizione. Di aggiungere un punto di vista. Di chiedere aiuto. Di costruire sull'idea di qualcun altro.


La relazione non sostituisce l'operatività.

Può renderla migliore.


La coerenza tra ciò che diciamo e ciò che facciamo


A un certo punto Davide ha condiviso un pensiero.

Chi lo conosce bene sa quanto sia selettivo rispetto alle persone con cui sceglie di condividere anche il proprio tempo fuori dal lavoro.

Ed era felice che fossimo lì.


Soprattutto ci ha restituito ciò che aveva osservato durante la giornata: attenzione, ascolto, disponibilità e quella capacità di prenderci cura delle persone a bordo emersa soprattutto quando Mirella era stata male.


Poco dopo è successa una cosa che ci ha fatto sorridere.

Loredana, moglie di Davide e quindi osservatrice esterna rispetto al nostro gruppo di lavoro, gli ha fatto una domanda davanti a tutti: “Possiamo fare TEAMX anche con il mio team?”


Non le avevamo fatto una presentazione.

Non le avevamo spiegato perché sia importante avere un gruppo coeso, capace di aiutarsi, prestare attenzione alle persone e muoversi verso una stessa destinazione.

Non avevamo fatto un pitch.

Lo aveva visto accadere.


E' qui che quella giornata ha toccato un tema particolarmente importante per noi.

La coerenza.

In DGFLY portiamo nelle aziende briefing e debriefing. Parliamo di consapevolezza, collaborazione, comunicazione, responsabilità e cura delle persone.

Crediamo nel valore di fermarsi per osservare come stiamo lavorando insieme.


Sono condizioni che scegliamo di continuare a creare anche per noi.


Il Team Building non è Team Working. Ma può prepararne il terreno.


Una giornata in barca non risolve i problemi di un'organizzazione.

Non sostituisce processi chiari. Non costruisce da sola una leadership efficace. Non assegna responsabilità, non elimina conflitti e non rende automaticamente autonomo un team.


Per questo, per noi, Team Building e Team Working non sono la stessa cosa.


Il primo può creare un terreno estremamente fertile per il secondo.


Lavorare bene insieme richiede anche di conoscere le persone con cui stiamo lavorando. Non soltanto le loro competenze professionali.

Anche le loro risorse, le attitudini, i modi di reagire, le prospettive e le capacità che possono mettere a disposizione degli altri.


Questo diventa ancora più importante per quelle organizzazioni nelle quali lo smart working riduce fisiologicamente molte delle occasioni informali che un tempo permettevano alle persone di conoscersi.


La macchinetta del caffè non era soltanto una macchinetta del caffè.

Il pranzo insieme non era soltanto una pausa.

Il viaggio verso un cliente non era soltanto uno spostamento.

Erano anche piccoli spazi nei quali imparavamo qualcosa sulle persone accanto a noi.


Se questi momenti diminuiscono, non significa che dobbiamo tornare indietro sul modo di lavorare. Significa che dobbiamo diventare più intenzionali nel crearne di nuovi.


Prima del COME, c'è anche il CON CHI


Siamo saliti a bordo al mattino. Ne siamo scesi che erano quasi le 21.

Poi abbiamo deciso di continuare ancora un po', davanti a una cena di pesce, prima di rimetterci in macchina verso Torino.

Quando siamo arrivati a casa era circa l'una.


Diciotto ore insieme.


Non abbiamo modificato l'organigramma.

Non abbiamo scritto nuove procedure.

Non abbiamo ridefinito le job description.

Abbiamo fatto qualcosa di apparentemente molto più semplice: ci siamo conosciuti un po' di più.


Oggi, tornando alle nostre call, ai progetti, agli eventi, ai clienti e agli obiettivi da raggiungere, possiamo attingere a qualcosa in più.


Oltre a ciò che sappiamo fare professionalmente, anche a ciò che abbiamo scoperto delle persone che abbiamo accanto.


Possiamo investire moltissimo tempo nel definire COME vogliamo lavorare insieme.


Ogni tanto vale la pena fermarsi e farsi una domanda ancora più semplice:

quanto conosciamo davvero CHI abbiamo a bordo?


Ruoli e competenze ci dicono molto di un team. Però non ci raccontano tutto ciò che quelle persone possono mettere a disposizione per arrivare, insieme, alla destinazione.


 
 
 

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